Oltre il mito del calabrone: l’innovazione nelle Pmi

Oltre il mito del calabrone: l’innovazione nelle Pmi

Argomento: Competenze

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di Fabio Pierobon, PM Strategia e Innovazione di Niuko

 

La nostra esperienza di intervento nelle PMI sui temi dell’innovazione si può riassumere parafrasando, in versione industriale, l’incipit del romanzo Anna Karenina Tutte le imprese che non innovano si somigliano; ogni impresa che innova, lo fa a modo suo. 

Se è vero infatti che l’innovazione nelle PMI è per definizione estremamente “firm specific” negli output dello sforzo innovativo, in questi anni abbiamo potuto riconoscere, nelle pieghe delle peculiarità delle singole storie di innovazione, alcune “ricorsività” nei modi in cui molte di queste imprese realizzano concretamente le attività di innovazione.

Innanzitutto, l’innovazione viene svolta sovente in modo occasionale o discontinuo. L’innovazione non viene considerata un processo (al contrario di come sono gestiti, ad esempio, la produzione o gli acquisti). La gestione sistematica dell’innovazione è rara anche (e forse particolarmente?) nelle imprese che hanno sistematizzato in modo accuratissimo i processi produttivi, spesso all’interno del paradigma “Lean production”.  Potremmo affermare che se la produzione di tali PMI è organizzata con la precisione di una “sala operatoria”, l’innovazione che vi viene svolta ricorda più da vicino un “pronto soccorso”. In questi casi l’innovazione nasce da richieste, spesso pressanti, del cliente/committente che chiede impegno e collaborazione in termini di problem solving progettuali su specifici prodotti, oppure da intuizioni di figure interne (non di rado imprenditoriali) che vengono convertite in soluzioni e prodotti attraverso percorsi non formalizzati.   

In secondo luogo, si “fa innovazione” in modo implicito, ovvero con scarsa visibilità e misurazione delle attività svolte. Di nuovo vale il paragone con le logiche della produzione snella, che ha per statuto la creazione di KPI (key performance indicators) e l’adozione concreta ex ante e nel monitoraggio di interventi di miglioramento.   

In terzo luogo, è ancora diffuso un approccio «chiuso»: l’innovazione è vissuta e praticata come un film che si svolge all’interno del perimetro dell’impresa, e in particolare dell’Ufficio Tecnico, spesso anche in termini fisici e linguistici, “contenitore” sostitutivo della Ricerca e sviluppo come luogo deputato alla realizzazione dell’innovazione. In termini concreti, questa prospettiva configura un ricorso raro a fonti di know-how presenti all’esterno dell’azienda e al confronto con le altre aree organizzative.

Le caratteristiche appena tratteggiate impediscono alle PMI che innovano secondo queste modalità, di manifestare buone performances o di essere concretamente innovative? Se avessimo scritto queste righe qualche anno fa, la tentazione sarebbe stata quella di invocare in termini metaforici il diffuso mito del calabrone che non potrebbe volare per le caratteristiche intrinseche della sua anatomia. Il mito vuole che il calabrone continui a volare, ignaro dei suoi vincoli strutturali. Nel 2005 una ricerca, attraverso una serie di riprese ad alta velocità sulla meccanica alare del calabrone, ha dimostrato che l’insetto non viola alcuna legge fisica. Il calabrone batte le ali 230 volte al secondo, molto più veloce di altri insetti di dimensioni minori. E’ proprio questa velocità incredibile che gli consente di ottenere una spinta sufficiente a mantenerlo sospeso in aria.  Il mito ha ricevuto quindi una smentita (poco poetica, ma molto interessante per la nostra argomentazione). Fuor di metafora, non è in discussione la capacità concreta di “generare innovazione” secondo le logiche descritte: il calabrone-impresa che fa “innovazione implicita” non “vola” per una particolare dotazione di fortuna o di beata inconsapevolezza dei propri limiti, un po’ come l’insetto è il risultato di una “soluzione evolutiva” che gli permette di volare da molti milioni di anni. Ma come sanno gli evoluzionisti, vi sono in natura specie diverse, che hanno adottato soluzioni differenti al problema del volo, più o meno parsimoniose in termini di dispendio energetico ed efficaci in termini di quota e di raggio d’azione.

Il privilegio di “vedere da vicino” e di intervenire nelle PMI che innovano, permette di cogliere la portata del “patrimonio cognitivo” (in primis la conoscenza tecnica) e sviluppa la consapevolezza che un contributo di “metodo” alle prassi di innovazione possa essere utile per incrementare l’efficacia e l’efficienza di questi processi, e in ultima analisi le performance dell’impresa. Tornando al concetto di volo, è possibile, con le stesse energie, volare più alto e andare più lontano.

 

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