Le skill che mancano al 4.0? In primis, la capacità di apprendere

Le skill che mancano al 4.0? In primis, la capacità di apprendere

Argomento: Competenze

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L’appuntamento Le skill che mancano al 4.0, che lo scorso 8 novembre ci ha visti coinvolti al Festival 4.0 di Bergamo,  ha messo a confronto la mia voce con quella di hr e imprenditori di realtà del Vicentino come Autoware o di realtà del Bergamasco come Co.Mac, Itema, Persico Group.

 

Qui di seguito la sintesi di Francesca Rossetto, Pm Operations & Lean Organisations Niuko, nell’editoriale pubblicato nell’ultimo numero del settimanale online Monitor di Veneziepost.it

 

Chi si aspettava di ascoltare l’elenco delle competenze tecniche più richieste in ambito 4.0 probabilmente è rimasto deluso. Chi invece voleva raccogliere nuovi stimoli dalle aziende che, in modo diverso, sono capaci di innovare nell’ambito della formazione e della gestione del personale, ha trovato “pane per i suoi denti”.

 

NON SMETTERE MAI DI IMPARARE

 

Se dovessi sintetizzare con uno slogan il messaggio emerso sarebbe “non smettere mai di imparare”: con diversi accenti gli interventi hanno sottolineato come oggi la skill più importante  sia forse la capacità di apprendere. Le tecnologie evolvono così rapidamente che, come ci ha raccontato il CEO di Autoware Luigi De Bernardini, l’obsolescenza di un tecnico è passata da 10 anni a 3-5 anni. Ecco perché, se l’impresa è chiamata in primis ad aver ben chiara la strategia per le competenze, deve anche essere consapevole che ogni elenco delle “skill che mancano” sarà per forza di cose incompleto, già “vecchio” il giorno dopo averlo costruito.

 

MAPPARE COMPETENZE E TECNOLOGIE

 

Non solo: alla mappatura puntuale delle competenze si deve affiancare un’analisi delle tecnologie che le aziende spesso hanno già in casa, ma che sono inutilizzate o sotto-utilizzate, anche per carenza di competenze. Un potenziale da “sfruttare” di cui spesso le aziende stesse non hanno piena consapevolezza.

 

Alle imprese oggi è chiesta da un lato la capacità di sviluppare internamente le skill che mancano, dall’altro la volontà di incentivare l’attitudine al cambiamento e di tenere le antenne alzate per intercettare le trasformazioni in atto. Oltre a preoccuparsi di essere attrattiva nei confronti dei talenti, comunicando in primis i suoi valori, l’impresa dovrebbe quindi attivarsi per costruire un ambiente accogliente, dove coltivare il cambiamento portando le persone subito fuori dalla zona di confort, in quello spazio fertile per lo sviluppo della creatività, senza però spingere troppo sull’acceleratore rischiando di farle entrare nella “zona di panico”, dove il cambiamento anziché con entusiasmo viene vissuto con sofferenza.

 

Un bilanciamento non facile, una sfida aperta che chiede un impegno costante sul fronte della formazione.

 

 

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